Omesso versamento ritenute previdenziali, il DM10 come prova della corresponsione delle retribuzioni

La presentazione da parte del datore di lavoro degli appositi modelli DM 10/2 – attestanti le retribuzioni corrisposte ai dipendenti e l’ammontare degli obblighi contributivi – è valutabile, in assenza di elementi di segno contrario, come prova della effettiva corresponsione degli emolumenti ai lavoratori per effetto della attestazione di avvenuta ricezione in via telematica dei modelli da parte dell’Inps e della testimonianza sul punto del funzionario accertatore (Corte di Cassazione, sentenza 11 settembre 2019, n. 37538).

Una Corte di appello territoriale, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di primo grado, aveva rideterminato la pena inflitta all’amministratore unico di una SRL, per il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali (art. 2, co. 1-bis, D.L. 12 settembre 1983, n. 463, conv. in L. 11 novembre 1983, n. 638).
Avverso il predetto provvedimento viene proposto ricorso in Cassazione, lamentando che non era stata raggiunta la prova dell’effettivo pagamento delle retribuzioni ai dipendenti, laddove l’obbligo del versamento previdenziale è legato non alla prestazione lavorativa ma al saldo delle stesse retribuzioni. Altresì, il primo giudice aveva fatto riferimento all’avvenuto controllo del modello DM10 e non invece alla non eseguita verifica dell’effettiva corresponsione delle retribuzioni.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato. In tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali, infatti, la presentazione da parte del datore di lavoro degli appositi modelli DM10, attestanti l’effettiva corresponsione delle retribuzioni ai dipendenti in mancanza di elementi contrari, può essere dimostrata in giudizio, anche in base alla testimonianza del funzionario dell’ente previdenziale, non essendo necessaria la relativa produzione documentale, se l’imputato non ne contesti l’invio. Nella specie, non era stata sollevata alcuna contestazione al riguardo, sicchè non era mai stata revocata in dubbio la spedizione dei modelli all’Istituto previdenziale. Le uniche questioni, semmai, potevano essere legate alla sussistenza dell’elemento soggettivo, ossia all’allegazione di una crisi di liquidità della società, di cui il ricorrente era legale rappresentante, tale da impedirle il versamento delle ritenute previdenziali per ragioni di pretesa forza maggiore.
Quanto poi alla censura relativa alle difformità riscontrate tra le sentenze dei primi due gradi di giudizio, la Suprema Corte rileva che i giudici di merito hanno adottato decisioni e percorsi motivazionali comuni, che possono essere valutati congiuntamente ai fini di una efficace ricostruzione della vicenda processuale e di una migliore comprensione delle censure del ricorrente. Allorché, infatti, le sentenze di primo e secondo grado concordino, come in specie, nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la struttura motivazionale della sentenza di appello si salda con quella precedente per formare un unico complesso corpo argomentativo. Del resto, lo stesso ricorrente ha ricordato l’esistenza di un’ipotesi di cd. “doppia conforme”, per cui le considerazioni rese dai giudici del merito si integrano reciprocamente.